Lu totu
domenica, gennaio 7, 2007, 04:04 PM - Cultura e Tradizione
Lu “jócu de lu tòtu” è tradizionale nel periodo pasquale. Il gioco si fa con una sola boccia e nove buche scavate nel terreno. A Sant’Angelo, in Piazzale Trento, dove ancora oggi si gioca a bocce, si “cacciava lu totu”, cioè si scavavano le buche nel terreno, già all’inizio della settimana santa.

Le regole del gioco sono le seguenti.
Ciascun giocatore pone nella buca centrale la posta prefissata, che in genere è una moneta o più frequentemente una banconota. Si tira poi a sorte, mediante la conta fatta in circolo, colui che assegna “la posta”, cioè il punto da cui va tirata la boccia e l’assegnatore sarà l’ultimo a tirare.
I giocatori sono in numero illimitato e a turno tirano la boccia dallo stesso punto assegnato, cercando di farla entrare in una delle nove buche. Se la boccia entra in una delle otto buche periferiche il giocatore ritira la sua posta, se invece la boccia entra nella buca centrale, cioè dentro la buca de “lu totu”, il fortunato prende tutto. Da qui viene l’appellativo dialettale “ha fatto totu” che si dà a chi ha un colpo di fortuna in qualche sua azione. Alla fine di ogni turno di giocata, l’assegnatore può cambiare il punto di tirata, che all’inizio è posto sempre lontano ed in posizione difficoltosa, avvicinandolo man mano alle buche se si vede che ci sono molte difficoltà ad imbucare la boccia.
Per i gruppi di giocatori più incalliti la posta o puntata era piuttosto alta e tale che a volte il gioco, oltre che d’abilità, poteva anche divenire d’azzardo.
Li toti più famosi erano quello di Girola a Sant’Angelo in Pontano e quello di San Paulì a Falerone: in queste due località, nel periodo pasquale e nelle belle giornate primaverili, si davano appuntamento i più accaniti ed esperti giocatori della zona. A Girola la giornata di gioco speciale era quella del martedì dopo Pasqua, quando in quella contrada si svolgeva la festa organizzata presso la chiesa dell’Immacolata ed il convento dei Passionisti e tutti gli abitanti del paese e della campagna vi si recavano in lieta scampagnata che, dopo le funzioni religiose, finiva in grandi merende soprattutto a base di ciauscolo, salame, ciambelle lesse, “pizza co lo cascio” ed altri dolci pasquali fra cui “li caciù de ricotta e de cascio”.
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